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News » PARMA JAZZ FRONTIERE FESTIVAL 2017
Nell'ambito di una collaborazione con Parma Jazz Frontiere che dura ormai da anni,
sabato 4 novembre  alle ore 18
nella sede di borgo Scacchini 3/A

l'Associazione Remo Gaibazzi ospita:

ANOTHER KIND OF BOB DYLAN

MICHELE BONIFATI alla chitarra


Ci sono quelli che ascoltano Bob Dylan. Poi ci sono i dylanologi. I dylanisti. I dylaniani. E i dylaniati.
Noi dylaniati abbiamo una parola che è un po' il nostro incubo privato, e la parola è menestrello. Tutte le volte che Dylan viene a suonare in Italia (cosa che per fortuna accade spesso) i giornali annunciano l'evento presentando Bob Dylan come il "menestrello" (o il menestrello di Duluth). Ora, al di là del fatto che il menestrello sarebbe un artista di corte agghindato in maniera feudale, questo significa che chi scrive quegli articoli ha un'immagine di Dylan che non esiste più da qualche tempo. Una bazzecola, un'inezia: cinquantun anni appena. E gli spettatori casuali, che si aspettano di ammirare un impegnato cantautore che con chitarra e armonica esegue brani di impegno sociale dai testi fluviali, rimangono generalmente spiazzati da quella indecifrabile figura poco illuminata che fa tutt'altro, che non tocca la chitarra neppure per sbaglio, che suona il pianoforte o l'armonica o nulla, mentre una band gli suona intorno. Ma non è colpa di quegli spettatori casuali: è colpa della definizione di menestrello. E poi c'è un tormentone che è: "non mi piace la voce". Questo ce lo dicono quelli che Bob Dylan non lo amano, non lo tollerano, ne apprezzano le canzoni solo se eseguite da altri. Non mi piace la voce: quante volte lo abbiamo sentito, questo sprezzante commento su Dylan? E tutte le volte, noi dobbiamo trattenere l'impulso di chiedere: quale voce, esattamente? Quella di Blowin' in the wind? Quella di Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again? Quella sciropposa di Lay, Lady, Lay o quella strillata della Rolling Thunder Revue? Quella adenoidale dell'Unplugged di Mtv o quella ringhiante di Tempest? Ha avuto così tante voci, Bob Dylan, che quella critica generalista non ha senso, per noialtri dylaniati. E la faccia, l'espressione di quegli spettatori casuali, che aspettano invano di sentir cantare Hurricane, o di ascoltare una Mr. Tambourine Man eseguita esattamente come è stata incisa più di cinquanta anni fa, con la stessa voce e gli stessi suoni, e non capiscono perchè l'artista decida di stravolgere le sue stesse canzoni. La risposta è: perchè l'artista è un Artista, non un juke-box. E le canzoni nella loro forma originale sono là, intoccate, sui dischi. Con un paio di belle version alternative reperibili nelle varie Bootleg Series. Le canzoni non sono morte, cristallizzate nel passato. Dylan non è morto negli anni Sessanta. E quando gli hanno chiesto di eseguire per contratto certi brani in un certo tour, lui li ha eseguiti, quei brani. Ma, per aggirare l'obbligo, li ha arrangiati in chiave reggae (ed erano belli anche in chiave reggae!). Quel che si dimentica spesso - ma che Michele Bonifati ci ricorda - è che Bob Dylan non è soltanto un poeta, un instancabile autore di versi geniali e testi indimenticabili, o un cantante dalla voce cangiante che sembra sempre sul punto di sgretolarsi ma non si sgretola mai. Lui, come tutti noi sappiamo, è anche un formidabile autore di canzoni. Di melodie indimenticabili. Di intuizioni compositive straordinarie. Another Kind of Bob Dylan lo dimostra: non ci sono più i famosi testi, non c'è la famigerata voce: c'è una reinterpretazione strumentale che si spinge al confine di territori quasi jazz, c'èla bellezza delle melodie fuse una nell'altra, in alcune tracce. Allora non vi resta che scoprire quale dimensione raggiungono le canzoni di Bob Dylan prive del cantato.

 

Gianluca Morozzi

 


http://parmafrontiere.it