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News » REMO GAIBAZZI E LA SCRITTURA

Giovedì 7 febbraio alle ore 18 presso la sede dell'Associazione in borgo Scacchini 3/A avrà luogo il secondo incontro del breve ciclo "Remo Gaibazzi e il suo tempo".

Nella sua conversazione il vice-presidente prof. Andrea Calzolari prenderà in esame l'ultimo periodo dell'attività di Gaibazzi, quello detto della "scrittura".

Tra il 1979 e il 1994, negli ultimi quindici anni della sua vita, Remo Gaibazzi elabora uno stile incentrato sull’utilizzo di una sola parola «lavoro», vergata per lo più con pennarelli, talvolta policromi, talvolta monocromi, su vari supporti (stoffa, kleenex, cartoncino, carta, perspex, acetato). Se da principio sono ancora forti le tematiche analoghe alle teorizzazioni di supports/surfaces, che avevano dominato nel periodo precedente, diventa man mano sempre più centrale una serrata riflessione sul lavoro e sul tempo che si traduce nell’instancabile, ma variegata, ripetizione di quell’unica parola.

 L’utilizzo pittorico della scrittura, o se si preferisce l’intreccio tra pittura e scrittura, è un fatto antichissimo (la scrittura stessa sembra derivare da un’originaria pittografia), ma, come si sa, nell’arte contemporanea è diventato un fenomeno rilevante, sia da parte di pittori come Opalka o Kosuth, sia da parte di quella poesia visiva che trae ispirazione dai calligrammi di Apollinaire, dei futuristi, o dall’enigmatico e geniale Coup de dés di Mallarmé.  La nozione stessa di scrittura, del resto, è stata in questi decenni sottoposta a raffinate disamine teoriche, ad opera per esempio di Jacques Derrida o di Roland Barthes.

 È in questo denso contesto che va compreso e apprezzato il lavoro di Gaibazzi, che si sente in sintonia con la produzione artistica contemporanea e che si ispira alle elaborazioni teoriche di Barthes e di altri, ma che proprio per questa sua matura consapevolezza ha saputo ritagliarsi uno spazio e una dimensione originali. La conversazione cercherà di delineare il percorso di quei quindici anni in cui, nonostante la parola scritta sia sempre la stessa, c’è un divenire (che sarebbe sciocco definire tanto un’evoluzione quanto un’involuzione) che testimonia il rigore di una ricerca pittorica, ma anche etica, interminabile.